L’isola di Marettimo sorge a ovest di Trapani e, tra le tre “terre” che compongono le Isole Egadi, è la più selvaggia.


La sveglia suonò brusca, era l’ora di alzarsi. Marettimo, perla delle Egadi, mi stava aspettando con i suoi odori, i suoi sapori, la sua essenza isolana, marina e montana assieme. Un connubio genuino capace di ridestare in me l’animo selvaggio di un tempo, quello che la quotidianità tentava di uccidere giorno dopo giorno. Misi lo zaino in spalla e partii. Per dove? Poco importava. Volevo salire, in alto, sempre più in alto.

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Monte Falcone mi osservava dai suoi quasi 700 metri. La mia casetta stava a livello del mare, in quel porticciolo di marinai in cui tutte le abitazioni hanno il tipico colore bianco e blu. Arrivai in cima senza mai fermarmi. Fu una salita impervia, il sentiero talvolta si perdeva nei meandri del monte, il caldo iniziava a farsi sentire nonostante l’orario inconsueto. Sentivo la natura ridestarsi sotto i miei piedi, una brezza leggera di vento regalava ristoro ad anima e corpo. Ogni tanto un paio di occhietti gialli faceva capolino da dietro un masso cespuglioso. Ero sola ma non avevo paura, la natura sa essere benevola con chi la ama.

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Castello Punta Troia

Camminai per un paio di ore, senza sosta. Avevo smania di arrivare in cima perché sapevo che soltanto dalla vetta il mio sguardo avrebbe dominato su tutto. E così fu. Le Isole Egadi giacevano ai miei piedi, figure stupende addormentate al chiarore dell’alba. Favignana era la mia farfalla, Levanzo un puntino verde nel profondo blu. Ero lassù che mi beavo di tutto questo quando vidi quell’insolito castello, minaccioso e irreale, posato come un fiore in cima ad una montagnola. Solo una landa di terra teneva quella strana penisola attaccata alla sua terra madre. Fu un attimo. Rimisi lo zaino in spalla e partii.

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Tra pareti di roccia, strapiombi sul mare, scaloni di granito plasmati dalla natura per viandanti e avventurieri, arrivai alla base di Punta Troia. Sapevo che l’avventura non era ancora finita, sapevo che sarei dovuta arrivare di nuovo in cima, sempre in cima. Lo stradone si arrampicava ondeggiante, invogliandomi a proseguire senza alcun timore. Nel mio avanzare incontrai anche una biscia, nera come la pece. Ci fissammo per un istante e poi ognuno di noi proseguì verso la propria meta. Lo presi come un incontro di buon auspicio.

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Quando infine toccai il castello, sentii invadermi da quella dolcezza estasiata che solo un sacrificio autentico riesce a regalare. Avevo camminato per più di sei ore eppure non trasudavo stanchezza, trasudavo vita. Guardai il mare che mi circondava, di un azzurro talmente intenso da abbagliarmi. Ricordo solo che urlai: “Finalmente sono viva!”.

Veronica Crocitti