Non potrò mai dimenticare il 13 novembre dello scorso anno. Era sera e io stavo preparando la valigia, all’ultimo minuto, come mia solita abitudine. Il giorno dopo sarei partita per una vacanza in Messico, emozionata come non mai. Ero lì che trafficavo con calzini e costumi quando la tv ha iniziato a mandare in onda le immagini di quello che sembrava l’ultimo film apocalittico, appena uscito al cinema. Ricordo di aver impiegato qualche secondo per realizzare che non era un film improvvisato, solo la realtà. Parigi assediata, un Bataclan di sangue, urla, sirene, l’inferno. Minuto dopo minuto andava completandosi un quadro di morte e dolore: un commando armato dell’Islam aveva colpito l’Ile de France più e più volte, al cuore. Centotrenta morti e quasi quattrocento feriti.

Nella mia mente passò di tutto. Ero sconvolta, terrorizzata, immobile dinnanzi a quelle scene strazianti. Non era la prima volta, non sarebbe stata l’ultima. Il 7 gennaio era stato il giornale satirico Charlie Hebdo a finire nel mirino della follia islamica: dodici morti, undici feriti. Il 18 marzo, ventidue turisti erano rimasti uccisi in un attentato al Museo del Bardo, a Tunisi. Il 26 giugno, uno studente armato di kalashnikov aveva aperto il fuoco nella spiaggia tunisina di Sousse freddando trentotto turisti. Il 31 ottobre, un aereo russo decollato da Sharm-el-Sheikh si era schiantato nella penisola del Sinai: duecentoventiquattro morti.

Ero terrorizzata. Più guardavo Parigi, più ricordavo tutto il resto, più cresceva in me la voglia di prendere la valigia che avevo davanti e posarla in un angolino. Il giorno dopo sarei dovuta partita per il Messico passando proprio per quella città. Fu un attimo, poi ritornai in me e continuai a sistemare calze e magliette. Decisi che, nonostante tutto, se avessi disdetto quel viaggio gliel’avrei data vinta per sempre. Immaginai milioni e milioni di persone, nei miei stessi panni, prendere quella stessa scelta.

Neanche a dirlo, nei giorni successivi i giornali riportarono cali drastici di prenotazioni in hotel, villaggi, voli. Era come se ci fossimo arresi, come se avessimo deciso di ritirarci da quella “battaglia” che, è vero, ci stava poco a poco annientando. Ma potevamo restare a guardare, semplicemente da casa, rinunciando a tutto? Io, alla fine, fui soddisfatta della mia scelta. Anche quando qualche giorno dopo lessi che c’era stato un altro attentato all’Hotel Radisson di Bamako, nel Mali.

Non fraintendetemi, la paura non se ne andò mai e probabilmente sarà così anche per il futuro. Quando decido di partire cerco di evitare le “zone calde” (anche se ormai sembra che tutto il mondo sia diventato una “zona calda”). Quando altri viaggiatori mi dicono “una decina di anni fa sono stato in Egitto, con una crociera sul Nilo” oppure “io ricordo quella meraviglia di Palmira…” o ancora “quant’erano belle le Torri Gemelle”, provo una sorta di tristezza mista a rabbia. Anche io sono stata a New York, ma le Torri non c’erano più, c’era solo distruzione, un vuoto immenso che la città cercava di colmare, a fatica. Non ci sarà più un’altra Palmira… e per la Farnesina, l’Egitto è tra le principali mete off limits.

Difficile dire se un giorno tutto questo cambierà, difficile prevedere il futuro. Non ci rimane che vivere il presente e, nel mio presente, io ho deciso che continuerò a viaggiare. Per non soccombere alla paura, per non piegarsi a questa folle strategia del terrore, per non dargliela vinta, in un modo o nell’altro.

Veronica Crocitti