Stoke On Trent è un posto in cui non capiterete mai per caso, o durante un giro turistico organizzato: si tratta di un classico della cultura suburbana britannica, la città dormitorio sviluppata intorno alle miniere o alle industrie. Per molti aspetti, è questa la vera faccia dell’Inghilterra. Scesa dal treno, mi ritrovo in una deliziosa stazione vittoriana in cui sembra quasi che il tempo si sia fermato; basta fare due passi fuori però per ritrovarsi in pieno ventunesimo secolo. La città sembra svilupparsi su due piani paralleli, integrando edifici antichi come le ciminiere vittoriane a mattoncini in un paesaggio urbano moderno in maniera fumosa e indecifrabile, come una vecchia signora che riesce a nascondere bene la sua età sotto uno strato di belletto che però inizia a creparsi.

Stazione Stoke

La stazione di Stoke On Trenet in una foto del primo ‘900

Se siete interessati a conoscere il vero spirito inglese, il vero carattere britannico, o semplicemente un inglese di almeno tre generazioni, dovete venire a Stoke On Trent, non a Londra. Al momento una delle industrie più grandi della cittadina, grossa fonte di immigrazione, è una nota agenzie di scommesse. In passato c’erano ben 3 miniere di carbone molto grosse, che oggi corrispondono a 3 dei 5 macro-quartieri in cui è divisa la città: Hanley, Longton, Stoke, Fenton, Burslem e Tunstall. Dalla miniera di Longton, nel 1842, è partito uno sciopero generale enorme che ha costretto il Governo di allora a leggi importanti come il controllo dei salari e il divieto d’impiego dei bambini.

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E poi ci sono le potteries (industrie per la lavorazione della ceramica), per cui questa cittadina va famosa, e che rappresentano l’unica nota turistica del posto. Vi consiglio caldamente il Gladstone Pottery Museum, l’unico in Gran Bretagna in cui è possibile vedere come i vasai vivevano e lavoravano ai tempi della Regina Vittoria. Non è raro imbattersi durante una passeggiata tra le vie moderne, larghe e pensate più per le auto che per le persone, in vecchi forni ottocenteschi con le relative ciminiere di mattoni, annerite dal fumo dei secoli di attività. Sostanzialmente non c’è niente da vedere, ma parecchio da intravvedere.

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Il multiculturalismo è arrivato anche a Stoke On Trent, ma fa meno rumore: il centro di Hanley è costellato da insegne in parecchie lingue e invitanti profumi etnici, è facile trovare una pasticceria francese tra un fast food e un pub slovacco, ma la presenza di foreigners non è ostentata né invasiva, anzi si integra perfettamente nel territorio. Come a dire che non è necessario urlare “siamo qui”, per far parte della città basta esserci.

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Il paesaggio è piatto, campestre, noioso come solo la campagna inglese sa essere, spesso punteggiato dalle ciminiere delle potteries o da vecchi complessi industriali e capannoni. Qualsiasi suggestione ti coglie passivamente e abbandona poco dopo. Così capita che fai una passeggiata sul canale, deliziato dai barconi che passano e disturbano le oche canadesi in amore, e dietro dei cespugli sulla sponda opposta scopri un ordinatissimo e silenzioso sfasciacarrozze. Un’immancabile ciminiera nera occhieggia sullo sfondo. Non fai in tempo ad interessartene sul serio che il canale fa una curva improvvisa e tutto svanisce in un lotto edificabile, non coltivato, vuoto anche di un solo filo d’erba. Spazi totalmente distaccati l’uno dall’altro prendono prepotentemente possesso della tua immaginazione, scacciando il precedente che “PUFF!” smette di esistere. Ma è tutto vuoto, sono quasi tutti non – luoghi. Nell’aria respiri un senso di inutilità, di dispersione, che riguarda ogni cosa che vedi: le campagne, le ciminiere solitarie, i complessi industriali di lamiera; perfino le persone, le oche, il centro commerciale. Sembrano degli attori fermi, muti su un palcoscenico, in attesa di qualcuno che gli dica cosa devono fare, come si devono presentare; ma non arriva nessuno, e nessuno allora fa nulla.

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Questo è il Regno Unito per come lo intravvedi in Trainspotting, in Lock&Stock. L’evoluzione della città di Billy Elliot. L’Inghilterra su cui non ti soffermi, non lo fa neanche il vento, che la spazza costantemente senza pietà, dando al clima quel tocco umorale per cui questa terra è tristemente nota. E allora forse il modo migliore per godersela è lasciarsi guidare, soffermarsi sulle piccole cose, stare attenti ad ascoltare bene la storia che forse la crudele Albione ti sta raccontando.

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Superato l’ennesimo lotto di terra incolta, la mia amica Amanda mi racconta: “Si dice che ci sia stato un problema con delle scorie nucleari qui a Stoke On Trent, per questo il costo della vita e delle case è così basso; con quello che a Londra paghi per una stanza, qui affitti una villetta. Ma ora stanno riqualificando la zona, la gente compra i lotti di terreno e costruisce, c’è sempre più immigrazione nel Regno Unito, e molti si stanno spostando anche qui“. Per questo l’Inghilterra resta comunque un grande paese, nonostante le sue enormi contraddizioni, le ansie da adattamento e l’alienazione sociale che ti pervadono quando hai l’occhio ancora fresco (o forse prevenuto) dello straniero. La macchina alimentata da Sua Maestà non tralascia nulla, e non si ferma mai.

Ambra Stancampiano