Un forte nel deserto, ocra come la stessa sabbia. Compatto e tondo come un alveare. A guardarlo sembra prossimo a sgretolarsi, a volare via con il vento in minuscoli granelli gialli, o a sciogliersi come lacrime di polvere dorata, giù per il declivio dell’altura rocciosa su cui sorge. Siamo a Jaisalmer, oasi nel deserto del Thar, remota, quasi dispersa nella punta più occidentale del Rajasthan, proprio a ridosso del Pakistan.

Nel deserto del Thar in sella a un dromedario

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Terra di confine preclusa a ogni commercio congelato subito dopo i primi scontri tra India e Pakistan cinquant’anni fa, circondata solo da presidi militari e pale eoliche. Da qualche anno, da importante snodo carovaniero qual era, si è riconvertita al turismo. E i turisti, soprattutto stranieri, arrivano, deviando i loro percorsi di molte ore, attratti dalla fama del forte e dalla particolarità del deserto intorno alla cittadina: qui le pietre del Thar in alcune zone si sciolgono in straordinarie dune di sabbia dall’aspetto mediorientale.

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Forte e safari, dunque, i cavalli vincenti più che per sostenere, per inventare di sana pianta un’economia quasi inesistente. Le strade della cittadina intorno alle mura sono sobrie, un po’ meste ma dignitose, costellate da strutture alberghiere più o meno ricercate, spesso con i nomi stranieri dei luoghi di migrazione.

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Sulla via per Jaisalmer, il treno si fa strada attraverso il deserto sui binari affaticati della vecchia ferrovia inglese. Contadini rugosi con sacchi di fertilizzanti ogm, donne anziane, famiglie numerose: tutti usano il treno che da Bikaner parte esclusivamente alle 7 del mattino, solo uno al giorno, senza prenotazioni o distinzioni di classe. Durante il percorso, mentre l’aria diventa più secca e il terreno più arido, nelle stazioni intermedie, piccole quanto affollate, venditori ambulanti assaltano i vagoni proponendo di tutto: cibo cotto, noccioline, patatine, chai (il tipico the con latte), ma soprattutto, acqua fresca e bibite gassate. L’aria che entra dal finestrino, messo in sicurezza da due spranghe orizzontali, è calda e asciutta; solo i piccoli ventilatori al soffitto aiutano a combattere il caldo.

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Nel paesaggio, mentre fanno capolino, maestosi e lenti, i grandi protagonisti del deserto: i dromedari, dalla costituzione asciutta e dal colore terreo, che li fa sembrare creature antiche, quasi fossili di se stessi. D’estate, ogni tanto, una madre allatta un cucciolo.

Arrivati alla stazione di Jaisalmer, superato l’assalto dei tassisti abusivi, si guadagnano strade pigre e larghe, sovrastate dal celebre forte. La sua caratteristica rispetto alle altre residente dei Maharaja del Rajasthan, è di essere abitato al suo interno. La vera cittadina di Jaisalmer, il nucleo più antico, dimora ancora assiepata tra i vicoletti e le torrette strette dentro le mura e solo nel grande palazzo che svetta sovrastando l’ingresso principale vivevano i potenti. Il resto è un microcosmo che dà l’impressione di essere quasi autosufficiente, con le sue bottegucce, i templi, gli alberi e le donne che sciacquano le vesti, economizzando l’acqua, all’aperto, di fronte l’ingresso di casa.

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Tutti gli edifici sono fatti della stessa pietra gialla, diversa dall’arenania rossa tipica dei monumenti del Nord dell’India. Tra le viuzze lastricate in pietra: negozietti, ristoranti e caffetterie, botteghe, homestay, donne in sari che conversano sulla soglia di casa, uomini che guardano la tv, gente che prega nei templi, bambini che giocano, mucche, vitelli, cani e capre, ed anche qualche maiale. Qualche casa è dipinta del colore blu-opale che tradizionalmente contraddistingue le dimore dei brhamini.

Eleonora Corace