I giapponesi sono avanti, anni luce. Mi bastò metter piede all’aeroporto di Narita per rendermene conto (qui vi spiegavo “Come iniziò l’avventura nella terra dei Samurai” e qui “La partenza, tra voli, treni proiettile e itinerari #ontheroad“). Il senso di perfetta organizzazione che aleggiava su ogni singola faccenda sembrava quasi surreale. Niente (e sottolineo NIENTE), in Giappone, è lasciato al caso. Dalla fila indiana che devi seguire camminando per strada alla cortesia quasi macchinizzata di chi ti accoglie in supermercati, desk, uffici e negozi; dalla puntualità più che svizzera di treni e autobus all’efficienza maniacale di personale e addetti ai lavori.

Il tempo di sbrigare le faccende del passaporto (persi al massimo 10 minuti, quando in America se ne esci vivo dopo 6 ore è un miracolo) e mi fiondai a recuperare la valigia e convertire il JRP. La cosa che mi impressionò, più di tutte, fu la perfezione con cui le persone stavano in fila ad aspettare il loro turno. In silenzio assoluto, senza dire “c’ero io, c’eri tu, ero qui da ieri, fammi passare che ho fretta”. Forse ero l’unica che, su quella linea bianca dove troneggiava un bel “non oltrepassare, aspetta il tuo turno”, c’aveva messo su il piede, da buona italiana. Ovviamente lo levai subito, l’imbarazzo era troppo.

A livello di lingua, il primo impatto in questa nuova terra non fu così traumatico come pensavo. Non avendo mai parlato giapponese né avendo la benché minima idea di ideogrammi e cose simili, sperai che l’inglese mi bastasse. In aeroporto sì, mi bastò. Essendo un punto di snodo internazionale, il personale parla fluentemente inglese ed i cartelli hanno la doppia dicitura. Fu quindi abbastanza facile far capire alla signorina che il mio JRP doveva iniziare ad avere validità quattro giorni dopo il mio arrivo, e non subito. Mi ero difatti informata sugli spostamenti interni a Tokyo (la mia prima meta) ed avevo deciso che lì mi sarei mossa a piedi e con la metropolitana. Il JRP lo avrei utilizzato dopo, nel primo vero tratto lungo verso Kyoto, la vecchia Capitale.

Stazione Metropolitana Omote - Tokyo

Stazione Metropolitana Omote-Sando,  Tokyo

Avevo anche messo in conto che, in qualche modo, sarei dovuta arrivare in albergo. Ne avevo prenotato uno accanto alla Stazione di Shinjuku, che si diceva fosse una zona bella attiva (che ne sapevo io, del resto, mi affidai anche lì alla buona sorte).

Il servizio spola “Narita-Tokyo” a cui mi ero rivolta (bloccando un posto dall’Italia) era la Limousine (https://www.limousinebus.co.jp/en/ ). Quando andai al desk col bigliettino, la signorina mi disse che ne stava partendo una, di lì a 3 minuti. Dovevo solo mettermi in fila (senza sgarrare di un centimetro!) e aspettare. Questo grazioso autobus mi avrebbe portato direttamente davanti all’albergo.

E allora capii subito che, anche qui, l’efficienza la faceva da padrone. Il servizio Limousine copre gli alberghi più importanti della città, nonché i punti focali. Ogni autobus fa al massimo quattro fermate, a seconda della zona, e poi rientra in aeroporto. Basta che tu comunichi in quale albergo ti trovi e loro ti smistano nell’autobus giusto. Come in Italia, insomma. O no?

Tre minuti dopo, non un secondo in più e non un secondo in meno, ero seduta sulla mia Limousine alla volta di Tokyo. Il percorso durava più o meno 40 minuti. Ebbi la fortuna di capitare accanto ad un ragazzo coreano, socievolissimo, che però parlava solo coreano (giustamente). Tra Google Traduttore e gesti impacciati riuscimmo comunque a metter su una conversazione degna di esser chiamata tale. Questo giovanotto (poteva avere al massimo 18 anni) mi raccontò che veniva dalla Corea, un Paese più che chiuso, diviso in Nord e Sud, dove ancora c’è la guerra. Era curioso di sapere dell’Italia, del mio piccolo stivale che, per il momento, avevo lasciato in fondo al cuore. Lui, dell’Italia, conosceva quello strano monumento inclinato che sembra stia sempre lì lì per cadere. “La Torre di Pisa!” gli dissi. E lui “ooooooooh” (in coreano utilizzano moltissimo i suoni onomatopeici). Ora che ci penso fu più un “oooooh” “eeeeeeh” “aaaaah” che una conversazione vera e propria. Mi chiese se da noi facevamo feste e andavamo in discoteca. Gli risposi che, certo, facevamo tutte queste cose divertenti. “Corea, no”, rispose soltanto. “No party in Corea”. Ma non riuscimmo ad approfondire (magari qualche giorno faccio un salto per capire perché in Corea non si divertono) perché la Limousine si era appena fermata. Scesi emozionata…. E quello che trovai lì, davanti a me, mi lasciò senza fiato. Stavo davvero per addentrarmi nel centro del mondo.  [To be continued…]

Veronica Crocitti