La caccia al pesce spada è una di quelle eterne lotte tra uomo e natura che, in un sublime scenario quale è lo Stretto di Messina, ha avuto modo di rafforzarsi e crescere in un vorticoso intreccio tra storia, leggenda e mistero.

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La terza puntata del mio buon “Cammino di Bacco” mi ha condotto, calice in mano e coroncina di fiori in testa, ad indagare le origini di questa antica “caccia” scandagliandone aneddoti, tecniche e curiosità.

Tutto ha avuto inizio una domenica mattina, all’alba. Mentre il sole faceva capolino oltre il bianco e rosso Pilone, i primi raggi hanno iniziato a colorare Torre Faro e Ganzirri, due pittoreschi borghi marinari che si stagliano nella punta nord orientale del Comune di Messina.

La storia vuole che, fin dall’antichità, queste due lande di terra che si affacciano direttamente sul mare e sulla dirimpettaia Calabria vivano principalmente di pesca. I fondali dello Stretto pullulano di specie mediterranee come tonni, auguglie, remore, costardelle… ma, a Messina è noto a tutti, il vero Re degli abissi è il Pesce Spada.

Tramandata di generazione in generazione, la pesca al Pesce Spada ha origini talmente remote che quasi è difficile slegarle dalle leggende che hanno fatto della Sicilia la gioiosa terra del mito. Scilla, Cariddi, Colapesce, Enea, erano solo alcune delle storie che, a bordo della Feluca dei Mancuso, ascoltavo raccontare quella domenica mattina da una famiglia di pescatori che, per generazioni, era cresciuta tra le acque dello Stretto.

Tra onde e odore di salsedine, il signor Raffaele mi ha spiegato come l’arte della caccia al pescespada sia rimasta immutata per millenni. “Sono cambiate le imbarcazioni, è cambiato il legno, è cambiato l’albero maestro – diceva – ma la tecnica no: quella è sempre la stessa”.

La Feluca è la tipica imbarcazione su cui avviene la caccia al pescespada ed è caratterizzata da un alto albero maestro, la cosiddetta antenna, e da una lunga passerella, o ponte, dove avviene l’arpionaggio. “L’Antenna è il vero centro di comando – spiegava il mio mentore – è il posto in cui si trovano il timone, le marce, i pescatori addetti alle manovre e, soprattutto, all’avvistamento dell’avversario marino”.

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Il Pesce Spada è un esemplare che vive solitamente sui fondali ma, molto spesso, sale in superficie per cercare piccole prede. “E’ in quel momento che diviene vulnerabile e noi lo possiamo cacciare con un procedimento preciso, temporale e estremamente rigoroso”.

Quando dall’alto dell’Antenna viene lanciato l’urlo di avvistamento, l’intera macchina organizzativa della Feluca si mette in moto: quel grido rappresenta l’inizio della lotta, l’inizio del duello, l’inizio della caccia. L’animale viene seguito fin quando il pescatore situato sulla passerella, con in mano l’arpione, non si trova nelle condizioni ideali di lancio.

Quella domenica mattina, a bordo della Feluca dei Mancuso, ho avuto la fortuna di assistere all’intera scena. Francesco, ritto sulla passerella, ha arpionato il pescespada iniziando poi a correre verso il centro del peschereccio. Il resto dell’equipaggio, quasi seguisse un copione ben stabilito, ha allora tirato con vigore la corda fino a portare l’animale accanto alla barca. Dopo avergli legato la coda ed immobilizzato il busto, due uomini dell’equipaggio hanno infine issato il pesce che, nonostante fosse allo stremo, ha lottato fino alla fine, con animo e corpo, per la sua sopravvivenza.

“Per evitare che l’animale attacchi e ferisca con la spada – mi ha poi spiegato Raffaele – i pescatori pongono sui suoi occhi un telo nero: serve a nascondere la nostra figura, la nostra debolezza”.

L’atto finale di quella domenica di caccia è stata la cardatura, un segno a croce la cui origine è antichissima, quasi sconosciuta. “La cardatura è tipicamente legata ai pescatori di Ganzirri – mi spiegava Raffaele – anche se oggi essa viene imitata per ingannare chi poi compra il pesce. Le persone vedono la croce e pensano che il pesce spada sia stato catturato tra le acque dello Stretto, quando così non è”. “A che serve?”, gli ho allora domandato. “E’ il nostro modo di ringraziare e onorare un Re che ha lottato fino alla fine”.

Di codici non detti e regole marinaie da onorare fino alla morte, la caccia al Pesce Spada e i marinai di Torre Faro e Ganzirri ne hanno tantissime. Tra queste ve ne è una che riguarda la spartizione del mare e la suddivisione delle acque in cui cacciare. “In tutto ci sono undici feluche che pattugliano lo Stretto nella stagione della pesca al pesce spada: due sono calabre e nove sono messinesi. Undici feluche per undici porzioni di mare in cui è stato idealmente suddiviso lo Stretto. Ci si alterna, di modo che ognuno abbia sempre ben chiaro fin dove spingersi con la caccia”. “E cosa avviene se una Feluca avvista un pesce spada e poi, inseguendolo, va oltre il confine?”. “Continua a cacciare, ma se l’animale viene preso allora è costretta a spartirlo con l’altra Feluca”.

Il pesce spada catturato sulle Feluche viene poi rivenduto ai rigattieri, che a loro volta lo rivendono a ristoranti, mercati e pubblico. La carne del Pesce Spada è talmente tenera e prelibata che, da sempre, rappresenta uno degli ingredienti più amati della cucina siciliana.

Scesa dalla Feluca ed appoggiata su una ringhiera dei laghi di Ganzirri, mi ritrovavo a pensare a tutto questo quella domenica ormai divenuta pomeriggio mentre, tra le mani, sfogliavo il libro di ricette “La tradizione siciliana: quando la cucina incontra il territorio” scritto dai ragazzi autistici del Centro di Nizza di Sicilia. E già pregustavo la mia cena.

Il passo successivo sarebbe stato quello della scelta del vino. Sulle colline di Faro Superiore, in uno scenario al confine tra verde e azzurro, sorge l’azienda vinicola LeCasematte, così chiamata poiché al suo interno si trovano tre piccoli fortini un tempo adibiti a rifugio delle sentinelle. Gianfranco Sabbatino, fondatore dell’azienda, mi ha accolta con gioia raccontandomi di quei terrazzamenti che si affacciano direttamente sullo Stretto e dei circa 10 ettari di vigneto su cui vengono coltivate le varietà del Nerello Mascalese, nel Nerello Cappuccio, del Nocera e del Nero D’avola. “E’ dalla loro combinazione – mi spiegava- che nasce una delle eccellenze vinicole del Comune di Messina: il FARO DOC”. Il dottor Sabbatino mi ha consigliato il FARO come ottimo abbinamento a piatti quali il pesce spada a ghiotta, gli involtini, i primi… ed io, fidandomi ciecamente, quella sera ho portato con me una bottiglia di FARO DOC.

A cena, seduta a un tavolo del Sapore Divino con Mario Valvieri, proprietario del ristorante che sorge lungo la via Circuito di Torre Faro, mi sono lasciata inebriare dagli odori delle pietanze che stavano per giungere a tavola. Abbiamo iniziato con l’amuse bouche, un tocchetto di spada aromatizzato alle spezie su cialda di patata viola, cipolla in agrodolce e mentuccia al caramello salato, per poi proseguire con un primo di linguine allo spada con burrata, basilico e pomodorino confit.

Il pezzo finale è stato un capolavoro e, per l’occasione, lo chef Dafee mi ha mostrato l’intero impiattamento. Su una base di emulsione di ghiotta all’olio Evo e di cous cous, lo chef ha appoggiato con delicatezza il Turbante di Spada, ripieno di olive, pinoli, uvetta e capperi di Salina.

Il risultato è stato a dir poco eccellente. Con l’odore di pesce fresco ancora nei pensieri, ho lasciato le sale del Sapore Divino e le piccole Torre Faro e Ganzirri ringraziandole per quell’esperienza unica ed irripetibile. E il mio Cammino è proseguito….

Veronica Crocitti

#IlCamminoDiBacco