Il popolo dei Masai vive nel cuore dell’Africa, tra la Tanzania e il Kenya, e vanta una storia talmente unica e particolare che, agli occhi degli occidentali, potrebbe sembrare addirittura magica. Di origine nilotica, i Masai (la parola deriva da “maa”, la lingua parlata) vivono principalmente di allevamento, sono organizzati in clan e si strutturano in villaggi isolatissimi, lontano chilometri e chilometri da tutto e da tutti. La tradizione vuole che il progenitore di tutti loro, Mamasinta, inizialmente stanziato nella valle del lago Turkana (in Kenya) abbia iniziato una grande migrazione verso la Tanzania, per poi stabilirsi nel cuore del Continente Nero.

VILLAGGI. I villaggi Masai più antichi costellano le zone di Arusha e i dintorni del Cratere ‘Ngorongoro. E’ lì, tra paesaggi di bellezza surreale, che ancora oggi è possibile visitare le case in cui vivono, le piccole scuole in cui i bambini imparano a leggere e a scrivere ed i posti in cui celebrano i loro tradizionali riti. Ogni villaggio è strutturato in maniera “familiare” e, tra i membri che ne fanno parte, non sono possibili matrimoni. Le figure principali sono quella del patriarca e degli anziani che hanno potere sugli affari, sui giudizi legali e sui riti a cui vengono sottoposti gli uomini nei vari passaggi d’età: iniziato, moran (guerriero), giovane anziano e anziano.

Scopri i riti di passaggio dei giovani Moran

ABITAZIONI. Ogni villaggio è caratterizzato da abitazioni tipiche fatte di sterco e fango amalgamati e messi su una struttura di rami. Ognuna di esse ha una forma ovale, ha un’altezza di meno di 2 metri, non ha finestre e, all’interno, è suddivisa in tre parti: focolare dove cucinare, letto dell’uomo, letto della moglie e bambini. Anche la disposizione delle abitazioni non è casuale. La prima casa sulla destra dell’entrata principale è quella del capo famiglia, la seconda quella della prima moglie. La prima casa sulla sinistra è invece quella della seconda moglie, poi a seguire quella dei bambini e delle bambine.

SCUOLE. All’interno dei villaggi più grandi esistono delle piccole strutture che fungono da scuole per i bambini. Da qualche anno viene insegnato loro a parlare anche l’inglese, nonostante la loro lingua madre rimanga la “lingua masai”. Una volta cresciuti, i bambini possono continuare gli studi nelle scuole più avanzate che, di norma, si trovano a decine di chilometri di distanza dai villaggi. E così, ogni giorno, per andare a scuola ogni masai compie un viaggio a piedi che dura ore ed ore

Clicca qui per scoprire il mio viaggio fotografico nel cuore del Continente Nero

ALLEVAMENTO. Il popolo dei Masai vive principalmente di pastorizia. Sono gli uomini che si dedicano al pascolo mentre le donne sbrigano tutte le altre faccende, dal raccogliere la legna al “badare” alla sistemazione della casa, dal recarsi ai piccoli mercati al cucinare, fino al benedire il recinto ogni mattina all’alba con dell’acqua messa in una zucchetta, spargendola con un rametto di oseki, l’albero sacro. Ogni uomo può avere più mogli e la fedeltà coniugale spetta soltanto alla donna. Il rito del matrimonio è tanto allegro quanto particolare e i divorzi non sono quasi mai ammessi.

RELIGIONE E DANZE. Per quanto riguarda la religione, i Masai sono monoteisti e credono in un dio chiamato Enkai. Questa figura cambia colore a seconda dell’umore: è Narok quando è nero e buono, è Nanyokie quando è rosso e irritato. L’Oloibon è il Masai che funge da mediatore tra il dio e la gente. Esistono tantissimi riti legati alla regione ma quelli più caratteristici e allegri sono legati ad eventi come il “benvenuto” e il matrimonio. In queste occasioni, le donne indossano tipiche collane larghissime (se sono bianche vuol dire che la cerimonia è importante) e le danze sono caratterizzate da musica a cappella, salti (fatti dagli uomini) e movimenti ritmati del collo in avanti e indietro (le donne lo fanno di modo che, muovendosi, le collane provocano rumori gradevoli).

ABBIGLIAMENTO. Oggi i Masai vivono anche nelle città, non solo in sperduti villaggi, eppure riconoscerli è molto semplice. Al di là della loro statura e del corpo snello, essi usano vestire con il tipico shuka, una coperta di cotone a quadri con i colori predominanti del rosso e del nero. Le donne non indossano lo shuka ma delle tuniche blu, rosse o nere e, nella maggior parte dei casi, il colore indica il loro status sociale.

Veronica Crocitti

#InViaggioConVeronica