Viaggiare in Africa è stato come tornare al punto zero, è stato come prendere il mio inconscio, svuotarlo di tutte le gabbie occidentali e immergerlo nella dolcezza di un “ritorno alle origini” indescrivibile. Ho trascorso in Tanzania, nel cuore del Continente Nero, due settimane. Durante questi giorni ho tenuto un diario di viaggio in cui annotavo tappe, sensazioni e consigli per chi, un giorno, vorrà intraprendere questo magico viaggio, fuori e dentro se stesso.
Day 1. Arusha. La prima volta in Africa non si dimentica, mi dicevano spesso. Io credo che non dimenticherò mai quella lunghissima strada che, dall’aeroporto Kilimanjaro, mi ha portata dritto dritto fino al cuore della Tanzania, ad Arusha. Un sussulto al cuore, di una bellezza e di una crudezza incontrollate, che ancora adesso che mi trovo sdraiata nel letto di una camera di albergo, fa sentire i suoi echi…

Day 2. Safari nel Tarangire National Park.
Se da piccola mi avessero detto che un giorno avrei toccato con mano, e visto coi miei occhi, la terra del mio adorato Simba, non ci avrei creduto. Mai e poi mai. Oggi, alla veneranda età di 29 anni, posso dire con certezza che il mondo del Re Leone esiste davvero. Ed è stupendo.
La prima giornata di safari in Tanzania è trascorsa così, tra giraffe, zebre, leoni, scimmie, Baobab e tutto quello che solo l’Africa viva e interna è in grado di custodire, come un gioiello prezioso.

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Avvoltoio su Baobab

Day 3. Safari nel Tarangire National Park. Loro lo chiamano “Simba”, il Re della Foresta, the King. Nel cuore della Tanzania, il leone detta legge, domina, caccia, è il predatore per eccellenza.  Il secondo giorno di safari è trascorso osservando la maestosità dei tanti Simba che qui vivono in assoluta libertà. E mentre la jeep si inoltra nel cuore del parco, scene di innaturale dolcezza mi passano accanto. Ed un cucciolo di babbuino fa capolino dalla schiena della sua mamma…Yes, that’s Africa.

Babbuino con cucciolo

Day 3. Dormire in un Lodge. (Tarangire Simba Lodge)
L’esperienza di dormire in mezzo alla foresta, circondata dai rumori della natura, è una di quelle che non dimenticherò mai. La mia “casetta” è una specie di palafitta rialzata, fatta solo di tende e zanzariere. Tra me e gli animali non c’è nient’altro. Soltanto i Masai girano attorno, di notte, con torce e fucili, pronti a scacciare ogni pericolo. Ogni minuto è un rumore diverso, terribile…
E se di giorno la natura ti affascina, ti ammalia, ti fa sentire viva, di notte, quando calano le tenebre e il buio attornia ogni cosa, essa mostra il suo lato più scabroso.
Quel che sto imparando qui, però, è che l’alba arriva sempre. E allora il fuoco rimasto acceso per tenere lontano gli animali si spegne, la luce solare torna a regalare l’elettricità e tutti sono pronti per un nuovo, splendido, giorno.
Day 4. Cratere ‘Ngorongoro.
Immaginate di ritrovarvi all’interno del cratere di un vulcano, immenso. Immaginate che questo cratere sia diventato la casa di migliaia e migliaia di animali, tutte le specie che potrete trovare in Africa. Immaginate che esista, dentro questo cratere, tutto il regno del Re Leone. Immaginate che lo stesso Re Leone vi passi accanto scrutandovi negli occhi, uno ad uno.
Ecco, immaginate tutto questo e pensate che è solo un piccolo assaggio di quello che è ‘Ngorongoro. Oggi le parole possono solo accennare, le foto possono solo lasciare immaginare, ma l’emozione di ritrovarsi lì, credetemi, è inspiegabile.
Day 4. Il villaggio Masai.
Nel cuore della Tanzania, in una terra che sembra non avere né inizio né fine, all’interno di villaggi silenziosi, vive il vero popolo dei Masai. Ritrovarsi a contatto con la loro cultura, indossare le collane bianche usate per le grandi cerimonie, regalare un po’ di cioccolata ai bambini, scrutare i loro volti mentre, affamati, mangiano quelle che per noi occidentali sono solo “briciole”… e poi sedere con loro nella piccola scuola, visitare il posto in cui dormono, lasciarsi cullare dai loro sorrisi… Ebbene sì, in questo angolo di Africa ho lasciato una parte del mio cuore, la più vera, la più tenera.
Day 5. Safari estremo nel Serengeti National Park.
Al confine con il Kenya, in uno scenario isolato da tutto e da tutti, il Serengeti è natura selvaggia allo stato brado. I turisti, qui, non si spingono ed è difficile trovare segni di umani per decine, decine e decine di chilometri.
Dopo aver trascorso la notte in un lodge immerso nel completo nulla (Ndutu Lodge), il mio safari è cominciato all’alba. I primi avvistamenti giungono dopo un’ora, quando una femmina di ghepardo, con i suoi due cuccioli, inizia a fare capolino da lontano. Sono a caccia. Ci avviciamo, li seguiamo passo passo, solo una manciata di centimetri mi separa da quelli che sono, senza alcun dubbio, i felini più veloci al mondo.

Ghepardo

Il contatto visivo è tutto e i  primi secondi sono decisivi. Questo non è uno zoo, qui basta un nulla per morire. La situazione inizia a distendersi solo quando gli animali capiscono che tu non sei un pericolo per loro ed allora si abituano alla tua presenza: non sei più una preda.
Il secondo avvistamento è un’altra famiglia di ghepardi. Sono in cinque, la madre coi quattro cuccioli. La guida mi spiega che i piccoli rimangono insieme alla mamma fin quando non sono in grado di procurarsi il cibo da soli. Iniziamo a seguirli, passo passo, mentre vanno a caccia di gazzelle. Una guerra, la loro, di posizione e pazienza. Ognuno calcola le distanze per la propria sopravvivenza: i ghepardi per mangiare e non morire di fame, le gazzelle per non essere mangiate.
Il terzo avvistamento è un branco di elefanti intenti a bere in uno scenario surreale… è quasi come osservare tanti piccoli Dumbo che sguazzano felici in un lago dai colori tenui e fiabeschi. Ma anche loro, se molestati, mostrano le “zanne”…

Ultimo avvistamento: i leoni. Notiamo in lontananza due coppie di Simba (loro li chiamano così), l’una a poco distanza dall’altra, insieme ad gruppo di cinque femmine acquattate sotto un albero. Ci avviciniamo e riusciamo a scattare foto soltanto alla prima coppia.

Leone

Dopodiché c’è qualche intoppo, la jeep si incaglia nel fango, non riusciamo a muoverci, i leoni sono accanto, la paura sale… I cellulari non prendono e l’unico modo per risolvere la situazione è scendere dalla jeep e scavare laddove la ruota è rimasta infossata. Lo facciamo e tutto il resto è storia. Sì, è una gran bella storia che un giorno racconterò ai miei nipoti. Ammetto di aver avuto paura, tantissima, ma ammetto anche che ho realizzato subito che questa è la vera essenza dei safari, ancor di più di quelli selvaggi nel Serengeti. Questo non è uno zoo, gli animali non sono controllati né fermati nei loro impulsi. L’importante, come sempre, è uscirne vivi senza rimanere cibo per le iene (ne becchiamo una proprio al rientro)! Per il resto, come usano dire qui, Hakuna Matata.

Day 7. Zanzibar.
Sbarcare a Zanzibar è come sbarcare direttamente in Paradiso. Giuro che non pensavo che una qualsiasi distesa di acqua potesse farmi questo effetto. Chi mi conosce lo sa, io sono siciliana e vivo a continuo contatto col mare. Lo vedo ogni mattina appena mi sveglio e lo saluto ogni sera prima di coricarmi. Dovrei essere abituata a lui, alle sue sfumature, ai suoi colori, ai suoi sapori…
E invece no. Oggi scopro, magnificamente, che le spiagge possono essere di una purezza divina e l’oceano di un colore talmente azzurro da accecare occhi e cuore.

Raccolgo conchiglie, imprimo le mie orme su sabbia bianchissima e finissima, mi immergo tra i colori dell’Oceano Indiano, esploro la barriera corallina con le sue stelle marine super rosse e giganti… e, sì, mi sento felice come una bambina. Sono tornata bambina, con il cuore che scoppia di una gioia candida e pura.
Ah Zanzibar, Zanzibar… non solo mi hai stregato, ma hai ridestato la parte più infantile e innocente del mio essere. Adesso come facciamo? Hakuna Matata. And that’s all.
Day 8. Dolphin’s Bay, Zanzibar.
All’alba sono già sulla spiaggia, bianchissima, ad aspettare che una barca mi porti a largo, nel bel mezzo dell’Oceano Indiano.
Quando mi hanno detto che a Zanzibar esisteva un posto in cui era possibile nuotare con i delfini, sinceramente non pensavo che ci fosse DAVVERO la possibilità di sguazzare nell’acqua con loro. E sinceramente non pensavo neanche che si potesse fare, così, su due “pinne”, nel bel mezzo di una distesa infinita di azzurro. Ebbene sì, devo ricredermi anche su questo. Non solo questo posto esiste, non solo è in mezzo all’oceano, non solo si può nuotare accanto ai delfini… ma è davvero una delle cose più tenere, emozionanti e incredibili che si possano provare nella vita.

Ogni qual volta il “capitano” della barchetta urla: “Eccoli, tuffati”, io mi butto a capofitto, senza un attimo di esitazione. Poi nuoto, gioco, li guardo. Loro ricambiano, fanno le capriole e continuano lungo la scia… e io allora di nuovo sulla barca, li raggiungo, mi rituffo, nuoto, gioco. Un susseguirsi magnifico…

Day 8. Prison Island, Zanzibar.
Prison Island è una delle piccole isole che compongono la grande Zanzibar, dista circa 20 minuti di barca dal porto di Stone Town, la Capitale, e custodisce al suo interno una vera e propria colonia di tartarughe da terra giganti. Mi fa davvero tenerezza toccare e accarezzare quelle che, idealmente parlando, potrebbero essere mie bisnonne e trisnonne in età ultra avanzata. Ognuna di queste tartarughe ha più di 100 anni e, nelle migliori delle ipotesi, è pronta a viverne altri 200…

Tartarughe giganti

Day 9. Stone Town, Zanzibar.
Oggi scopro che Zanzibar non è solo spiagge da favola e Oceano Indiano. C’è tanto altro al di là dei resort (il mio è “Casa del Mar“, a Jambiani), delle stelle marine, delle tartarughe e dei dolcissimi delfini. Stone Town, la Capitale, è forse l’esempio più forte di questo “tanto altro”. Dallo stile arabeggiante, dedalo di stradine strettissime, Stone Town ti accoglie con sapori e odori di spezie, pesce e genuinità. La vita, qui, ruota attorno alle aste di polipi, pesci freschi, polli blu e frutti tropicali di ogni genere e tipo.

Trascorro la mattinata così, perdendomi tra i portoni in stile arabo e indiano, seguendo i “veli” di donne e bambini, scoprendo moschee e forti nascosti, soffermandomi dinnanzi alla casa in cui nacque Freddie Mercury… Ed è tutto bellissimo.

Day 10. Isola di Mafia.
Chiudete tutte le pagine della realtà, andate nello scaffale della vostra infanzia e riprendete in mano il libro delle avventure di Robison Crusoe. Questa è la sensazione che proverete nel metter piede nell’Isola di Mafia. Selvaggia, primitiva, genuina, questa landa di terra nulla ha a che fare con la turistica Zanzibar, bellissima eppur, come sempre accade per le mete più conosciute, “inflazionata”.
L’unica legge che vige a Mafia è quella della natura, del silenzio che avvolge ogni cosa, dei granchi che camminano indisturbati su una spiaggia deserta, per chilometri e chilometri.
Qualche giorno fa, riferendomi a Zanzibar, scrissi “Welcome to Paradise”. Forse mi sbagliavo, forse oltre al Paradiso c’è di più… e adesso sto andando a scoprirlo, mentre l’alba mi saluta e l’Oceano mi osserva…
Questa landa di terra è talmente magica da sembrare finta, è talmente selvaggia da sembrare surreale, è talmente genuina da sembrare uscita direttamente da un film di Spielberg.
Vado in esplorazione, per mare e per terra, in barca, a piedi e in kayak. Mi verrebbe da scrivere che sto vedendo “cose che voi umani”… ma invece non lo scrivo, perché auguro davvero a tutti voi di avere, un giorno, la possibilità di sbarcare in questo paradiso terrestre e assaporare coi vostri occhi quello che qui, in poche righe, cerco di trasmettervi.
Sto incontrando serpenti, stelle marine, squali balena, meduse blu, granchi… e qualche nuovo amico riesco anche ad immortalarlo.
Day 10. Butiama Beach, Isola di Mafia.
Sbarcare in mezzo all’Oceano vuol dire esser pronti a vivere come vivrebbe un vero Re su un’isola deserta. Vuol dire dormire sulla sabbia, letteralmente, mangiare pesce squisito e sempre fresco, avere la possibilità di fare escursioni, diving, snorkeling, rilassarsi su un’amaca, fare una pennichella a un passo dal mare, pranzare con vista “Indiana”.
Vuol dire esser circondati da un silenzio assordante, ritrovare se stessi in mezzo a una distesa di pace e tranquillità, entrare a diretto contatto con la natura più vera… Come sto facendo io adesso, al Butiama Beach, piccolo paradiso all’interno di un altro paradiso.
E, vi prego, se è un sogno, non svegliatemi.
Day 11. Parco Marino, Isola di Mafia.
Sapevate che l’isola di Mafia è l’unico posto di tutta l’Africa in cui, da fine ottobre a inizio gennaio, è possibile avvistare e nuotare con gli squali balena? Oggi ho l’onore di sguazzare, per qualche minuto, con uno di loro. Sono animali enormi e, nella migliore delle ipotesi, possono arrivare fino a 9 metri di lunghezza… però sono anche animali innocui.
Certo, quando te li vedi spuntare davanti, neri e grossi, l’ansia un tantino ti sale e, per una frazione di secondo, stai lì a sperare che in loro non prevalga mai la parte degli squali… ma in realtà è impossibile! Hanno la forma delle balene ma la loro bocca di squalo è completamente senza denti… Ah! Sappiate anche che, sempre in questa isola selvaggia, esiste un Parco Marino stupendo, meta prediletta degli amanti di diving e snorkeling. È nel bel mezzo dell’Oceano Indiano e nasconde, nei suoi fondali, meraviglie uniche.
Day 12. Mafia Island.
Mi è capitato tante volte di studiare il fenomeno delle maree sui libri di scuola, di leggere del magnetismo della luna, di come essa riesca ad influire sull’innalzamento e sull’abbassamento dei mari. Ma vedere dal vivo quello accade nell’arco di pochi minuti sulle coste dell’Oceano Indiano, “toccare” con mano quello che rimane quando l’acqua si ritira per decine e decine di metri, osservare il luccichìo della sabbia bianchissima laddove, fino a un secondo prima, c’era solo un’infinita distesa di azzurro… no, quello sui libri non te lo insegnano.
E come potrebbero? E’ una cosa indescrivibile, una cosa che va oltre le parole scritte, una cosa che ci ricorda quanto incontrollabile e incontrollata sia la forza della natura.

Questa mattina ho camminato per centinaia e centinaia di metri su una landa di terra che, fino a ieri sera, era Oceano Indiano ed ho ritrovato, sparse sulla sabbia, tutte quelle meraviglie che ieri avevo visto con maschera e pinne sui fondali, facendo snorkeling.
Erano tutte lì, come in un limbo, in attesa che l’alta marea tornasse di nuovo per ridar loro il manto azzurro con cui usano coprirsi ogni giorno…
Ho giocato con loro, mi sono beata tra Stelle Marine e conchiglie, ho danzato in un vortice di emozioni uniche e sì, anche oggi mi sono sentita una bambina felice.
Grazie Africa.
Day 13. Kilindoni, Mafia Island.
La genuinità di quest’isola, in cui quasi tutti sono pescatori e camminano a piedi scalzi per le strade, la cogli non appena metti piede in quello che, qui, è considerato il grande centro “città”.
Oggi faccio una passeggiata lungo la via principale di Kilindoni, tra tuk tuk (mezzo di trasporto di Mafia), casupole di legno, tetti di paglia e sorrisi di bimbi dolcissimi.
Day 15. Goodbay Africa.
Quattro voli, ventisei ore di viaggio, scali a Dar El Saalam, Addis Ababa, Roma e infine Catania. Una macchina per Messina e poi, tra la stanchezza e la devastazione, il ritorno a casa.
Welcome back home, Veronica. Bentornata alla vita europea, bentornata nel mondo in cui hai sempre vissuto….
Così, infine, ho lasciato l’Africa. E sebbene siano ormai trascorse più di 26 ore da quando ho detto “ciao” al Continente Nero, questa atroce fitta al cuore che mi porto dietro da Mafia Island non è ancora passata. Io non so se sia il famoso Mal d’Africa, non sono mai stata tipo da cliché né mi va di iniziare proprio adesso. Io so soltanto che questo dolore silente continua ad aumentare, di minuto in minuto. Aumenta in intensità, dimensione, vigore, colore. Passa dal blu dell’oceano all’arancione dei leoni, dal giallo delle giraffe al nero dei Masai, dal verde di ‘Ngorongoro al bianco dei sorrisi dei bambini incontrati per strada… No, davvero, io non so se questo sia il Mal d’Africa. So soltanto che adesso apro la valigia e ci ritrovo dentro storie vere, esperienze vere, emozioni vere. Ci ritrovo un Continente fino a ieri conosciuto solo attraverso la tv, internet, i libri… alla fine lo sappiamo tutti che in Africa si muore di fame, ce lo insegnano fin da quando siamo piccini. Lo sappiamo tutti che lì si vive con nulla, si brama per una caramella, le scuole sono baracche, i bambini sguazzano a piedi scalzi nel fango, gli ospedali sono chimere, la miseria è assoluta, così come la disorganizzazione, l’approssimazione, i pasticci… ma una cosa è saperlo, una cosa è viverlo sulla propria pelle.
Ecco, io ho avuto la possibilità di far scontrare, con violenza, tutto il mio europeismo con l’Africa più interna e più genuina. Ho capito che i nostri sono mondi completamente opposti, distanti anni luce. Noi, coi nostri affanni, il nostro correre perenne (verso dove poi?), le nostre ansie per “cosa mangiamo oggi?”, “dove andiamo?”, “prendo macchina o motorino?”, il nostro voler controllare tutto e tutti ad ogni costo, anche la natura, la nostra fretta come se fossimo sempre in ritardo su una qualche assurda tabella di marcia…. e poi loro, con il “pole pole” (piano piano), il cammino lento di chi sa che, sia oggi, domani o dopodomani, alla fine arriva sempre dove deve arrivare, il loro Hakuna Matata anche quando cancellano per sbaglio voli/aerei/ordinazioni, il loro lasciare che la vita scorra, inesorabile, senza tentare di modificarla in alcun modo, il loro conformarsi al volere della natura, senza opporsi mai (a che pro poi?), il loro assecondare il ritmo del tempo, delle maree, del sorgere e del tramontare del sole, senza ostacoli, senza frette, senza affanni….
Ecco, io ho imparato che tra noi e loro c’è un abisso, un abisso incolmabile. Ma la vera felicità dove sta? Forse, alla fine della fiera, il Mal d’Africa è proprio questo. E’ una domanda difficilissima che ti si insinua nel cuore, inizia a martellare fortissimo e non ti abbandona più. E’ la consapevolezza che il tuo correre, il tuo affanno, la tua fretta, la tua esigenza di manipolare e plasmare tutto e tutti non sono NULLA dinnanzi alla fame, alla potenza della natura, alla bellezza delle maree, alla forza del tempo.
Dovevo arrivare fino in Africa per capire quanto valga poco la mia vita italiana e le convinzioni della mia vita italiana laggiù, nel Continente Nero…
Africa, Africa, in poche settimane ho imparato più qui che in ventinove anni di scuole, lauree, università, master. E che sia Mal o Ben, sappi che io da te ci torno. Hai ancora troppo da insegnarmi, e io ho ancora troppo spazio di cuore vuoto da colmare. Asante sana, per tutto.

Questo magico tour è stato reso possibile grazie alla collaborazione con Oropi Safaris.

Veronica Crocitti

#InViaggioConVeronica