Portate una felpa o un maglione anche se è luglio o agosto. Non importa se la ragione e la geografia vi dicono che tecnicamente in Africa, d’estate, non ne dovreste avere bisogno. Portate anche un cappello o una sciarpa, per difendervi dal vento. Forte e perenne, intenso e famelico, schiumoso di umidità e sale… qui dicono che faccia impazzire la gente. Questa è Essaouira, la città del vento perenne, la città che sembra fatta di sale.

Il vento spira sempre, incessante e forte (o fortissimo) dall’Atlantico, e se nelle altre città della costa Atlantica del Marocco (Rabat, Casablanca, El Jadida) rimarrete stupiti da come le temperature si
mantengano miti grazie alla presenza delle brezze oceaniche, ad Essaouira, a sud di El jadida e sopra la rinomata località balneare di Agadir, la brezza diventa una tormenta continua. Questo spinge i turisti affamati di resort e di villaggi balneari a stare lontano dalle spiagge della cittadina, preservando così il paesaggio, e la città stessa, da tutti i danni collaterali che ormai notoriamente porta il turismo di massa. Essaouira è un posto per romantici e, nelle sere in cui il vento spira dall’Oceano forte e freddo in modo inimmaginabile, per temerari, oltre che per gli abitanti del posto, armati di pastrani pesanti e giacche di lana (anche in piena estate).

Ci sono giorni in cui i vicoli della parte della Medina costruita sulla scogliera sono costantemente inondati da un pulviscolo d’acqua salmastra: la schiuma delle ondate che frustano le mura esterne e che le scavalca, per esplodere nelle stradine, sulla vernice blu scrostata dei portoni in legno e sui muri grevi di un umidità pensosa ed antica. I gatti che sempre affollano le Medine di tutto il Marocco, padroni indiscussi, qui hanno un pelo folto e morbido, che li fa sembrare il doppio più grandi dei loro connazionali.

Oltre la bella piazza, che si apre come un estuario alla fine di una delle due vie principali della Medina, c’è il bastione costruito dallo stesso architetto di San Malò e il porto di pesca con annesso l’amatoriale quanto serissimo e oltremodo autentico mercato del pesce. Il bastione in pietra vanta una perenne aureola di gabbiani e, oltre il muretto che prosegue dalla torre e che delimita la piazza (in cui chioschi bianchi e blu offrono pesce di tutti i tipi e fichi d’India) c’è la spiaggia. O meglio, le secche che la bassa marea lascia scoperte: scogli neri, chiazzati e pieni di buchi, ricamati di alghe verde scuro. Qui donne velate, anziani e innamorati si accovacciano per guardare l’oceano, che spumeggia in lontananza sotto un sole velato dalla caligine umida e salmastra rimescolata dal vento che, in questo posto, lontano dalle mura protettive della Medina, spira più violento che mai. Superata la piazza, dall’altro lato del bastione di pietra, unico elemento indifferente al vento di tutto il paesaggio, si estende un porto che a prima vista sembra una distesa enorme di barche. Barche da pesca oceanica, abituate a combattere con gli elementi ma allo stesso tempo vivaci e aggraziate, tutte nella loro divisa rossa e blu. In una viuzza asfaltata, tra le barche e l’altro braccio del bastione, ci sono le bancarelle con il pesce appena pescato: acciughe, totani, cernie, ma anche razze e squali, ottimi, ci dicono, per la tradizionale tajina di pesce, anche se a vederli così, esposti come trofei, piange il cuore.

Nelle belle viuzze bianche e azzurre della Medina, tra i negozietti di artigianato locale, gioielli e tappeti, ci si può saziare con cartoni del miglior pesce fritto che possiate assaggiare a prezzi stracciati, o riscaldare con un buon tè alla menta al riparo dal vento nel cortile di un caffè letterario tappezzato di dipinti, frequentato da ragazzi e signore nostalgiche che siedono sole con la loro bevanda, lo sguardo fisso davanti a sé, sorridendo al passato. Verso sera, con il respiro dell’oceano sempre sul collo e sempre più freddo, decine di signore in grembiule e fazzoletto bianco prendono il loro posto dietro i banchetti e le piastre roventi dove passeranno l’intera serata a sfornare calde e fragranti sfoglie di farina, uova e burro. Ottime da mangiare anche semplici, arrotolate in un modesto pezzo di carta, mentre le strade subiscono una strana mutazione.

Alla sonnolenza del giorno, costellata dal passeggio dei turisti, si sostituisce l’attività degli abitanti stessi. La sera è come se la popolazione di Essaouira si desse appuntamento per riprendersi ogni viuzza, ogni gradino, ogni bancarella della città rannicchiata tra le mura della Medina, che da sempre la protegge come può dal vento. Escono gli uomini, gli anziani, ma escono soprattutto le donne. Finite le incombenze della giornata, le donne invadono le strade, a gruppi o con la famiglia. Si affollano intorno agli ultimi carretti traboccanti del buon pane del Marocco, sciamano per il mercato aperto sino a tardi a comprare le olive o la carne per il giorno successivo; gustano sfoglie appena sfornate o assaltano insieme ai bambini e alle bambine i carretti dei venditori di
lumache. La sera il turismo e tutto il teatrino che mette in moto in ogni angolo della terra si ritrae dalle strade bianche e azzurre della città del vento, chiudono i negozi di souvenir, chiudono i bistrot pretenziosi, restano solo gli abitanti e le loro abitudini. Alle dieci di sera le strade sono ancora affollate, i banchi del mercato illuminati, i carretti dei lumacari in piena attività. L’indomani tutto si sveglierà tardi, i negozi non apriranno prima delle dieci e gli stranieri vagheranno un po’ intimoriti dal vuoto di quelle viuzze grigio-azzurre, accompagnati solo dal vento, respirando sale.

Eleonora Corace