Noi partiamo per l’Australia! Perché non vieni anche tu?”. Questa fu la domanda posta da Poli e Todesco, due amici incrociati per caso in un quartiere di Vicenza una mattina di “mezza stagione” del 1952, a mio nonno Mario, classe 1923. Questa domanda avrebbe cambiato la vita di mio nonno, e non solo. Mio nonno lavorava come fattorino e apprendista compositore di stampe in città. Questo lavoro gli piaceva e tramite la tipografia aveva anche avuto modo di conoscere molte persone tra cui, racconta con una punta di vanto, alcuni giocatori di calcio. 
Ma quando gli fu posta quella domanda, non esitò a considerare l’idea di avventurarsi in un nuovo mondo, incuriosito dalle opportunità che un cambiamento può offrire e accompagnato dal coraggio di chi è pronto a mettere tutto in gioco. Con la benedizione di sua mamma e della fidanzata Rosina.
In fondo, scoprì in seguito mio nonno, molti all’epoca partirono per l’Oceania “in cerca di fortuna”: una volta arrivato fu sorpreso infatti di quanti veneti fossero già lì. Così, poco dopo questo incontro, mio nonno si recò in contrà Porti a Vicenza per iscriversi ad una lista, passò una visita medica e gli fu assegnato il giorno della partenza. Il giorno stabilito torno lì, accompagnato in motocicletta dal cugino detto “il Beche” (che successivamente sarebbe emigrato in Brasile), e assieme ad altri compagni di viaggio salì nell’autobus diretto a Venezia. Qui rimasero un paio di giorni, finchè non furono chiamati: “Ragazzi, salite a bordo! Preparatevi a partire!”; così salirono sulla nave che li avrebbe accompagnati dall’altra parte del mondo, in un viaggio lungo 40 giorni. 
“Era una barca eroica che ha fatto la seconda guerra mondiale!” spiega mio nonno. 
La prima fermata fu il porto di Foggia per “caricare quelli del Sud”, poi ripartirono e sostarono nuovamente a Malta, senza però scendere.
La destinazione successiva fu Porto Said. “Lì mi sono comprato un paio di scarpe perché dicevano che erano a buon mercato. Poi però mi sono accorto che c’erano dei piccoli difetti, ma ormai era troppo tardi!”.
“Partiti da lì, abbiamo imboccato il canale di Suez, poi siamo andati giù giù giù, fino a Modagisho dove ci siamo fermati solo per poco tempo e poi abbiamo attraversatol’Oceano Indiano”.

I giorni scorrevano. “Tanti soffrivano il mal di mare, io no”. 
“Passavamo il tempo giocando a carte e chiacchierando”. Le tavolate durante i pasti accoglievano 8-10 persone, tra cui alcuni amici vicentini: il Cogo, Gasparella, Crivellaro e Garzotto. “Io non ho mai gettato via niente, sono sempre stato contento di quello che mi davano”, puntualizza mio nonno. Dormivano in cabine su brande stile militare. “Avanti, avanti, avanti e siamo arrivati a Fremantle, poi siamo entrati a Perth dove siamo scesi e abbiamo fatto un po’ di spesa. Abbiamo quindi continuato fino ad Adelaide per poi arrivare finalmente a Melbourne”. “Una cittadina proprio piccola!” scherza mio nonno. E proprio al porto di Melbourne incontrò il suo amico Poli ad aspettarlo.

La prima sistemazione che mio nonno trovò mio nonno fu a Carlton, in un sobborgo di Melbourne, poco lontano dal famoso negozio di biciclette Borsari. Tramite il passaparola riuscì ad affittare una stanza in casa con una famiglia italiana. Il nonno ricorda un episodio: “Nell’angolo tra Bourke Street e Swanston Street c’era un palazzone di 4 piani, e sul pergolo dell’ultimo piano c’era un aborigeno che lanciava un boomerang e lo faceva tornare indietro!” I primi lavori che ha svolto nel Victoria (lo stato di cui Melbourne è capitale) sono stati principalmente come manovale. “Si guadagnava appena da mangiare”. Proprio per questo motivo, assieme ad alcuni colleghi, si trasferì successivamente in Tasmania, dove rimase fino al 1954:  una sera prenotarono l’aereo e il mattino successivo partirono ed arrivarono ad Hobart, “nella terra tra la fine del mondo e il polo Sud”. E’ così che veniva vista la Tasmania all’epoca da alcuni immigranti.  Ad Hobart presero un pullman fino a Bronte Park perché lì, si diceva, c’era “un posto governativo con tanto lavoro”, e fortunatamente vennero assunti tutti. Lavorò a Bronte Park per qualche mese come capo squadra di un gruppo addetto alla costruzione di un canale e lui aveva a disposizione una gru fissa su rotaie. “A Bronte Park c’era una chiesetta, ed io ero l’unico italiano ad andare a messa”, racconta con un tono di delusione. All’epoca aveva appena iniziato a studiare inglese presso una scuola gratuita di inglese per emigranti (c’erano italiani, tedeschi, olandesi), gestita da due ingegneri “stranieri”, due ore alla sera due volte a settimana.

Una volta finito il contratto di lavoro, tramite il conterraneo Bianchi, mio nonno conobbe un ingegnere che nel 1912 aveva gestito i lavori del canale di Panama. “Passammo di lì per tornare in Italia”. Lo stesso ingegnere era ora capo di meccanici a Bronte Park, e dette a mio nonno un nuovo incarico: manovrare una macchina detta “the Widow Maker” per spostare la terra. “Aveva due ruote grandi come me, una cassa dietro che si alzava e abbassava con delle lame. Il motore era davanti alla cabina. Era molto pericolosa…ma ti sei accorta di niente? Sono ancora qui!” scherza. Fortunatamente poco dopo gli fu offerta un’altra posizione, e andò a lavorare con la gru, facendo dapprima da assistente ad un inglese e addetto all’ingrassatura della macchina, poi imparò a guidarla.Nel 1955 tornò a Melbourne, dove cambiò diversi posti di lavoro. Lavorò per un breve periodo per la ferrovia, “ma qui non mi sono trovato bene”). Poi, attraverso il suo amico Cogo, fu assunto all’Olympic Tyres a West Footscray, dove lavorò dal 1955 al 1966: “facevo le gomme, e ogni 80 si prendeva un bonus!”. Nel 1967 trovò impiego con la Leyton Contractor di Springvale a cui era stata commissionata la costruzione dell’aeroporto Tullamarine di Melbourne. Eh sì, mio nonno contribuì a costruire l’aeroporto principale di Melbourne!

Sino al 1957 Mario aveva mantenuto i contatti conRosina, mia nonna, per via epistolare: “Mi mandava di quelle cartoline bellissime! Con parole dolci!”. Nel corso degli anni, attraverso il cugino Dino, le faceva arrivare anche dei soldi, e ad un certo punto anche l’anello di fidanzamento assieme alla proposta di matrimonio…via lettera! Così nel ‘57 anche lei prese la nave diretta a Melbourne. Mia nonna Rosina allora aveva 26 anni. Era appena stata licenziata dall’azienda da Roi di Cavazzale, Vicenza, e non riusciva a trovare lavoro perché cercavano personale più giovane da assumere.  Anche per questo motivo, alla proposta da parte di mio nonno di tornare lui stesso in Italia per la cerimonia, Rosina prontamente si offrì invece con entusiasmo di partire per l’Australia “Tanto cosa ci facevo qua?”. Seguirono tante raccomandazioni da parte della mamma Maria: “Se non ti trovi bene torna indietro subito!”. Ma lo spirito avventuriero di mia nonna prevalse: “No! Già che sono lì, qualche giro me lo faccio comunque! Mica vado dall’altra parte del mondo per poi tornare subito indietro!”. Uno dei requisiti per poter entrare in Australia era avere un buono stato di salute: dovette recarsi a Milano per eseguire alcuni controlli medici tra cui una visita oculistica e una visita dentistica. Finalmente potè scegliere il suo vestito da sposa e lo fece confezionare. Con un baule, il biglietto della nave, qualche soldo offerto dal papà, piena di speranze e senza paura, si recò a Genova dove partì la Settimana Santa del 1957. Il giorno di Pasqua mio nonno le telefonò dall’ufficio postale di Melbourne per farle gli auguri. “Eravamo appena usciti dal canale di Suez quando sento che mi chiamano per l’altoparlante per rispondere al telefono!”  In nave fece subito amicizia con Dorina, un’altra italiana che si stava recando in Australia per raggiungere lo sposo che aveva sposato per procura. C’erano molte donne in nave, tutte dirette in Australia a raggiungere i mariti. “Quando sono arrivata al porto di Melbourne c’erano tanti uomini ad aspettare a braccia aperte le loro donne… questa nave era piena di donne!” racconta ridendo mia nonna!

“Pensavo di non trovare nessuno quando mi sono recato al porto ad aspettarla”, spiega il nonno. “Invece è arrivata, l’ho baciata e le ho detto: How are ya?”.  Si riabbracciarono finalmente il il 16 maggio del 1957, 5 anni dopo che mio nonno lascio l’Italia e due giorni dopo si sposarono nella Sacred Heart Church a Carlton, Melbourne. Mia nonna trovò subito lavoro presso un’azienda che produceva spolette, e vi rimase fino a quando nacque mia mamma nel 1958. Nel maggio del 1966 intrapresero il primo viaggio per l’Italia. Qualche mese prima infatti era morto il padre di Rosina, mentre la madre di Mario era malata gravemente e desiderava rivederlo prima morire. Nell’ottobre dello stesso anno ritornarono in Australia. Mia nonna trovò occupazione presso Saint Hilda’s College a Parkville, dove era impiegata in cucina e in sala da pranzo assieme a colleghe australiane e spagnole. Si iscrisse ad una scuola di inglese soltanto nel 1970. Sino ad allora frequentava prevalentemente amici italiani, e nei negozi spesso la comunicazione era difficile: alcuni commessi cercavano di aiutarla, altri invece fingevano di non capire

La famiglia trascorreva il tempo libero andando allo zoo di Melbourne, incontrando amici a Werribee, facendo shopping al Victoria Market, conoscendo altre persone o uscendo con colleghi o colleghe. A volte la domenica pomeriggio andavano a guardare la partita di calcio della squadra locale del cuore (denominata Juventus, anche se !): mio nonno è sempre stato un tifoso di questo sport, in più i bambini sotto i 10 anni entravano nello stadio gratis. Altre domenica invece si organizzavano per andare in spiaggia a St. Kilda. Mia mamma ricorda con un sorriso un episodio molto rappresentativo del clima pazzo di Melbourne: una calda, caldissima domenica mattina d’estate la famiglia decise di andare al mare. Ma giusto il tempo di preparare la borsa e di incamminarsi per salire in tram che alcuni nuvoloni iniziarono a minacciare gli aspiranti bagnanti, i quali decisero di fare dietrofront. Questo fa sorridere anche me, perché una delle cose che ho notato quando iniziato a vivere a Melbourne è proprio l’instabilità del tempo e fui subito accolta con un “benvenuta a Melbourne, la città delle 4 stagioni in un giorno!”. All’epoca la comunicazione con le famiglie in Italia era rappresentata principalmente dalla corrispondenza epistolare. Solo in un’occasione, attraverso un Ente che assiste i vicentini emigrati in vari paesi del mondo, è stata possibile una telefonata.

Mentre gli anni trascorrevano, i miei nonni e mia mamma vivevano probabilmente una vita non diversa da quella che i coetanei vivevano in Italia. Si lavorava, si andava a scuola, si praticava sport, nascevano nuove amicizie. Raramente però, nel proprio paese di origine, si sente storpiato il proprio nome! La lontananza dai propri cari però inizio a farsi sentire soprattutto da mio nonno, che propose di rimpatriare definitivamente; mia nonna accettò “Basta che non iniziamo poi a fare avanti e indietro!”. Così il 24 luglio del 1975 i Pontarin partirono per l’Italia, con 5 bauli e 7 valige dal porto di Melbourne. L’anno precedente mio nonno era tornato in Italia per un mese, giusto il tempo di trovare un lavoro per quando sarebbe rientrato definitivamente. La nave impiegò una quarantina di giorni, e mentre mia mamma mi racconta di questo viaggio di ritorno, sfogliando l’album di fotografie, mi rendo conto che più che un lungo e noioso viaggio, fu una vera e propria crociera! Ad ogni porto la nave si fermava per qualche giorno, così i passeggeri avevano il tempo di visitare la città. E così da Melbourne si fermarono a Sydney, Auckland, Suva, Papeete. Da qui trascorsero 7 giorni circondati solo dalla vista dell’Oceano Pacifico. Dopo di che arrivarono ad Acapulco, e il venticinquesimo giorno attraversarono il Canale di Panama. Da qui giunsero a Cristobal, poi a Curacao. Infine, dopo altri 8 giorni attraverso l’Oceano Atlantico, arrivarono in Europa e gli ultimi porti in cui la nave fece sbarcare i passeggeri furono quelli di  Lisbona, Malaga, Malta, Messina, Napoli e Genova.

Cosi come la famiglia di mia mamma, tanti altri italiani sono emigrati all’estero, chi per fare fortuna, chi per ambire ad una vita migliore. Alcuni rimasero lì, perché dopo tanti anni è l’Italia a diventare l’”estero”. Come dice il mio terzo cugino Gianluigi, affascinato dall’“impresa” di mio nonno, e che ha raggiungo in Australia verso la fine degli anni ‘60 senza più far ritorno in Italia, “ormai non conosco più nessuno lì, chissà come sono cambiate le cose in tutto questo tempo! Non è più la stessa Italia che ho lasciato quando sono partito!”. Altri invece decisero invece di fare ritorno nella terra d’origine “perché è qui che sono seppelliti i nostri morti!”. Ma un pezzettino, o forse un grande pezzo del loro cuore, è ancora in Australia. E i ricordi vissuti in quella terra riaffiorano nel quotidiano. È così che è nata la mia passione per l’Australia: ascoltando le storie raccontate sempre con passione dai miei nonni sin da quando ero piccola. Storie della loro vita, confronti tra la realtà italiana e quella australiana. Li sentivo spesso commentare notizie del telegiornale “In Australia le cose funzionavano meglio!”. E spesso mia nonna si arrabbiava quando, in macchina, il traffico rallentava per lavori in corso, o se notava degli incroci a suo parere poco pratici: “Guarda queste strade! In Australia non era mica così!”. E attraverso queste parole, questa visione quasi idealizzata, l’Australia per me ha sempre rappresentato il paese dove tutto è possibile. Per questo a breve vi tornerò, per la terza volta. Ma in aereo!

Grazie a mio nonno Mario, 94, che ad ogni occasione non manca di raccontare qualche episodio della sua vita in Australia! Grazie a mia mamma che ha avuto la pazienza di estrapolare le foto più rappresentative della loro vita a Melbourne e grazie alla mia adorata nonna Rosina che non c’è più, ma di cui conservo un ricordo vivissimo, grazie al suo modo appassionato di raccontare le vicende vissute nella sua amata Australia, e che l’ha fatta amare tanto anche a me.

Emanuela Scarsato