Moni Ovadia una volta, durante un monologo teatrale, fece un’importante differenza tra viaggiatori e turisti. Disse, più o meno, che il turista va per ritrovare quello che già sa. Arriva in un posto per ritrovare le immagini da cartolina che li sono state vendute nelle agenzie di viaggio o in quella grande fabbrica di sogni a buon mercato e spesso di seconda mano che sono i media. Sostanzialmente, il turista viaggia per avere conferma che viviamo realmente in un “villaggio globale”, per essere rassicurato, insomma, del fatto che tutto il mondo si somiglia e, in ultima analisi, che la globalizzazione economico-culturale guidata dalle potenze occidentali ha vinto sulla barbarie e sulle zone di tenebra, per dirla con Conrad.  Tutto deve essere accessibile e contemporaneamente “comodo” ed esotico, rappresentabile nel tempo di un semplice click, come quello che serve per mettere da parte belle foto da spammare sui Social Network. E pazienza se il tacchetto o il vestitino di lino o il pantalone bianco precludono le strade infangate, al ritorno dal monumento si prenderà un taxi, come per l’andata del resto.

Al contrario i viaggiatori sono quelli che vanno incontro all’altro, che tentano disperatamente di toccare con mano l’alterità irriducibile del mondo, a costo di fatica, impegno e grandi sforzi di adattamento. Viaggiare è una palestra per se stessi, per infrangere e rimodulare i propri schemi mentali e i propri limiti, nello sforzo e nella meraviglia di aprirsi all’Altro. Chi viaggia non cerca la comodità e soprattutto non quello che già conosce. Il vero viaggiatore è insensibile alle promesse di relax, perché il viaggio non è una vacanza, affronta le strade del mondo con uno zaino quasi vuoto e scatta poche foto perché troppo intento a meravigliarsi.

Ovviamente le due dimensioni possono incontrarsi in diverse forme e gradi, a seconda dei posti che si visitano e delle esigenze personali, soprattutto legate alle condizioni fisiche e alle età, ma anche a fattori esterni come l’igiene o la sicurezza dei posti. La cosa importante, però, è l’atteggiamento di fondo, quello che non pretende la comodità del parco giochi, ma tenta sinceramente di aprirsi all’alterità di luoghi, persone e culture diverse, ricolme di meraviglia.

Per fare un esempio della differenza fondamentale di atteggiamento, Moni Ovadia racconta un episodio avvenuto in Grecia. Arrivato in una cittadina greca, chiede all’autista del taxi di portarlo in un buon posto dove mangiare qualcosa di gustoso. L’autista non pensa minimamente che il signore italiano faccia riferimento alle delizie della cucina tipica greca quando chiede di essere portato a mangiare “qualcosa di buono” e accompagna l’artista al primo McDonald, convinto di fare il meglio e forse segretamente orgoglioso che anche nella sua cittadina esista un emporio del genere. Moni Ovadia, amante della cultura come di tutta la cucina greca, resta inorridito.

Ma non tutti sono viaggiatori come Moni Ovadia. Nell’agosto dello scorso anno, a New Delhi, mi capitò di assistere a questa scena. Una famiglia stava uscendo da uno dei Mcdonald assiepati attorno al cuore commerciale della città, la zona di Connaught Place. Tra loro commentavano di aver speso in tutto 25,000 rupie. Con la stessa somma, in India, si può fare una cena squisita in un ottimo ristorante indiano. Perché mai spenderle al Mc? Perché proprio quando si è a New Delhi?

A Jodhpur, una delle cittadine più celebri del Rajasthan (città blu nel deserto del Thar), mi capitò di assistere ad un’altra scena mentre mi trovavo sulla terrazza di una Homestay all’ombra del magnifico forte. In questo posto sono gli stessi proprietari, tutti ragazzi molto giovani, a cucinare per i loro ospiti. Puoi sentirli ridacchiare, pieni di allegria e buona volontà, mentre sperimentano vari tipi di piatti tradizionali. Un ragazzo europeo, barbuto, quello che potremmo definire un fricchettone, quel giorno ordinò un Thali, ossia uno dei piatti tipici composto da un set di diversi condimenti speziati da accompagnare con riso in bianco. Dopo averlo assaggiato, il giovane europeo non esitò un attimo a richiamare i proprietari commentando: “E questo sarebbe poco speziato? Ah, questa salsa per voi è dolce? Cos’è uno scherzo?”. I ragazzi mortificati assicurarono di non aver per nulla aggiunto spezie e di aver addolcito il piatto il più possibile. Ma in fin  dei conti il Thali quello è: un piatto tradizionale fatto di spezie. Dentro di me domandavo cosa si aspettasse davvero il ragazzo, che al posto della salsa al masala mettessero forse il checkup? E’ inconcepibile sgridare un ristoratore locale perché cucina piatti tipici come da tradizione. Nessuno si sognerebbe mai di apostrofare un cameriere con lo stesso tono e per le stesse ragioni in qualsiasi parte d’Europa.

Forse il ragazzo pseudo new age non sapeva che la pretesa di mangiare come siamo abituati noi occidentali, ovunque andiamo e dovunque siamo, è un atteggiamento da colonialisti. Tutta la cultura asiatica, oltre che la cucina, ruota attorno al magico mondo delle spezie, che ci piaccia o meno. Perché appunto, il cibo è cultura e racconta di climi diversi e di situazioni diverse: la povertà ipoproteica e ipocalorica dei piatti dello Sri Lanka, la fantasia dei fritti e delle zuppe nepalesi e tibetane, la raffinatezza dei curry e dei masala indiani, la gustosa sobrietà dei Balcani, la delicata ricchezza del Mediterraneo, la sostanziosa corposità dei piatti del Nord Europa. Tutti i cibi raccontano di modi di sopravvivere e stili di vita differenti, elencano le contaminazioni storiche che una regione ha attraversato e, insieme, tutto quello che la natura ha espresso nel corso dei secoli. “Siamo quello che mangiamo”, come diceva Feuerbach. Quando viaggiate, se lo fate davvero col cuore, cercate sempre di assaggiare qualcosa di autentico. Il coraggio di provare nuovi sapori e nuovi gusti è il coraggio di tendere una mano alla diversità.

Eleonora Corace