Mi bastarono tre minuti contati per perdermi a Tokyo. Non avevo neanche messo piede fuori dall’albergo che già non sapevo dov’ero e dove dovevo andare. Chi ero ancora lo ricordavo, certo, anche se la razionalità iniziava a sfocare man mano che mi addentravo nel quartiere eclettico di Shinjuku. C’erano tre grossissimi problemi che cominciavano a tormentarmi: perché le strade erano senza nome, perché c’era una Tokyo “sotterranea” fatta di tunnel infiniti e perché tutti indossavano camicia bianca, pantaloni scuri e mascherina in faccia.

La prima domanda continua a emergere nei miei peggiori incubi ancora oggi. Dovete sapere che a Tokyo non esistono “Via San Giovanni qua”, “Via Arcibaldo là”, “Piazza del Garibaldi d’Oriente”. No, in quella megalopoli che è la Capitale del Giappone, le strade non hanno nome. Come ci si orienta? La risposta è ardua. Considerando che lauree lampo su “orientamento giapponese vario ed eventuale” non ne potevo prendere, iniziai ad affidarmi al buon Google Maps. Fortunatamente avevo già segnato tutti i punti di maggior interesse con una splendida stellina gialla. Quindi, cellulare in mano, macchina fotografica in spalla e via a seguire le Comete.

Shibuya Crossing

Shibuya Crossing

Ma non fu così facile come può sembrare. Premesso che per la geolocalizzazione non è necessario avere una connessione internet, quello del WIFI fu un altro grosso ostacolo da superare. Anche perché tutto andava bene quando rimanevo in superficie, nella Tokyo che vedete apparire su foto e giornali, ma le cose diventavano davvero difficili quando scendevo giù, nella Tokyo underground. Lì non ti geolocalizza nessuno, e se non sai in quale punto esatto riemergere è finita. E come fai a capire il punto esatto in cui riemergere se le strade non hanno nome?

Immaginate di trovarvi in un tunnel lunghissimo che ogni tanto si incrocia con altri 4-5 tunnel. Immaginate di vedere solo cartelli con ideogrammi che (probabilmente) vi stanno indicando dove siete e quali sono le linee metro da seguire (ma tanto voi non lo capite perché sono scritti in giapponese!). Immaginate di non poter chiedere aiuto perché, per quanto siano tutti gentilissimi e cordialissimi, parlano una lingua incomprensibile…

Ricordo solo che la prima sera, a un certo punto, mi fermai in mezzo al tunnel (Capito? Ero riuscita ad entrare nel tunnel anche in Giappone!), rassegnata che avrei trascorso la notte lì. Mi si avvicinò un ragazzo che, miracolo!, parlava inglese. Mi chiese se avevo bisogno di aiuto e mi spiegò che anche lui, giapponese di nascita, tra quei tunnel di Tokyo si perdeva con regolarità. Finì che dopo mezzora ci perdemmo entrambi. Ma almeno eravamo in superficie e il buon Google Maps riuscì a ricondurmi in albergo, sana e salva.

Superato parzialmente il trauma di strade senza nome e Tokyo sotterranea (anche se ci ritornerò per parlavi poi delle metropolitane), l’altra grande questione fu quella dei fiumi e fiumi di persone con camicia bianca, pantaloni scuri e mascherina in faccia. Inizialmente pensai di essere stata catapultata in un film di fantascienza, in cui tutti sono degli automi e tu sei l’unico umano vestito a colori che cammina a zig zag sul marciapiede.

Lo straniero, in Giappone, lo riconosci subito. E’ quello che non sa bene se deve camminare a destra o a sinistra, che vuole superare, che nel flusso interminabile di automi cerca la sua identità invadendo la “corsia” altrui. Mentre al semaforo sono tutti fermi, lui cerca di emergere dal torpore tentando l’attraversamento repentino. Non si rende conto che, per i giapponesi, il rispetto delle regole è uno status, un modo di vivere, una cellula di DNA irremovibile.

Soltanto quando inizi ad abituarti a quell’idea riconvertendo la “filosofia mentale deviata” che ti porti dietro dall’Italia, allora puoi proseguire godendo della bellezza di tutto ciò che hai intorno. In primis, silenzio e pulizia.

Area fumatori

Area fumatori

Nessuno, a Tokyo, utilizza il clacson per “fammi passare!” o “sbrigati ad attraversare sta strada!” perché lì non è concepito strombazzare facendo caos e salutando amici e parenti. Non si fuma in giro perché è assolutamente vietato, e per questo esistono degli appositi spazi all’aperto o al chiuso.

Vi confesso che fu uno spettacolo vedere tutti i fumatori lì, concentrati, che consumavano il loro tabacco, buttavano la cicca nei contenitori e poi volavano via ritornando nel perfetto ordine da fila indiana del marciapiede. Ogni angolo era pulitissimo. Non mi capitò mai, neanche per sbaglio, di vedere un fazzoletto a terra. Intanto perché nessuno li butta, poi perché comunque c’è sempre un operatore pronto a ripulire tutto nel più breve tempo possibile.

Continuavo a camminare nelle strade senza nome, tra gli automi in camicia bianca e pantaloni scuri, pensando a tutto questo, ma mi rendevo conto che c’era ancora una questione irrisolta: le mascherine.

Fenomeno delle "mascherine"

Fenomeno delle “mascherine”

Realizzai che forse mi ero persa l’ultimo articolo del New York Times che annunciava un’epidemia letale e stavo per morire di lì a 10 minuti, mentre tutti intorno a me si sarebbero salvati perché indossavano le mascherine. Il primo pensiero fu quello di precipitarmi in una farmacia a comprarne una (e già immaginavo la bizzarra conversazione a gesti con la gentilissima signorina che sicuramente non avrebbe capito il mio inglese). A venirmi incontro fu la Guida che mi ero portata dietro da casa e che tenevo sempre in borsa. In un curioso capitoletto veniva spiegato che i giapponesi utilizzano le mascherine soprattutto quando hanno l’influenza e non vogliono contagiare chi sta intorno, nei periodi di allergia come in primavera oppure semplicemente per moda. “Fiuuu, sono salva”, pensai. Ma forse mi sbagliavo. [To Be Continued…]

Veronica Crocitti

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